Il buonismo a oltranza non fa bene

Sii buono e ubbidiente, ammonisce la mamma da piccoli. Disponibile, gentile, comprensivo, rincara il coro dei benpensanti da grandi. Così, poco alla volta assimiliamo un modello di comportamenti che ci assicura l'accettazione e la benevolenza degli altri. Ma ha senso "fare i buoni" sempre e comunque? In determinate situazioni, un pizzico di cattiveria è tutt'altro che disdicevole, anzi, aiuta a vivere meglio, ci dicono gli psicologi. C'è una soglia, infatti, oltre la quale dire sempre di sì diventa un limite al nostro benessere e alla nostra affermazione personale: significa appiattirsi e rinunciare a esprimere la propria personalità, con tutti i rischi di scarsa autostima che ne conseguono. "Fare i cattivi", poi, è più che giustificato quando si tratta di reagire ai torti e alle piccole o grandi cattiverie che subiamo nelle occasioni sociali della vita di tutti i giorni. Capita quotidianamente di subire comportamenti aggressivi o maleducati: al bar sui mezzi pubblici, al volante. Spesso per quieto vivere si fa finta di nulla, ma non è giusto tollerare sempre. Più difficile è trovare  

la forza di reagire in modo efficace quando il torto, l'approfittamento, la vessazione provengono da persone che conosciamo e frequentiamo: colleghi o superiori di lavoro, amici, parenti, partner. Bisogna saper passare al contrattacco nel modo giusto. Bisogna sforzarsi di agire con lucidità, senza farsi prendere la mano dalla rabbia o dalle frustrazioni represse. Perché funzioni, il nostro comportamento 'cattivo' deve essere tempestivo, determinato, ma anche controllato, altrimenti tutto rischia di risolversi in uno sfogo che ci lascerà l'amaro in bocca. L'ideale è l'assertività, un atteggiamento né troppo aggressivo né troppo passivo, il più razionale possibile, ricorrendo a elementi obietti­vi in grado di contestare i comportamenti altrui e giustificare se stessi.
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