Il peperoncino rosso piaceva già nella preistoria

Non si placano le discussioni, di qua e di là dell'Atlantico, attorno ai due cardini del­la nostra esistenza in Ter­ra: il creazionismo e l’evoluzionismo darwiniano. Si è giunti al punto da coinvolgere, al di sopra delle diverse scuole di pensiero, persino il campo alimentare. Secondo Paul Sherman, biologo alla Cornell University - Usa, cui si deve l'espressione "gastronomia darwinia­na", il Capsicum annuum dal baccello rosso fiam­ma, cioè il peperonci­no, nella varietà che cre­sce da noi, oltre a conte­nere quattro antiossidanti attivi contro i microbi, e cioè acido ascorbico, capsaicinoidi, flavonoidi, tocoferoli, «avrebbe una stretta relazione con le preferenze culinarie, le ca­ratteristiche genetiche e la cultura dei nostri antena­ti». Gli esseri umani, so­stiene Sherman «nono­stante l'avversione verso il piccante, hanno conti­nuato a mangiare il pepe­roncino ignorando i se­gnali geneticamente pro­grammati che dicevano di evitare questi alimenti infiammato­ri». Una sorta di doping gastronomico, insomma, che sopravvive sin dai tempi più remoti, essendo il peperoncino una tra le spezie più usate al mondo, soprattutto nei Paesi caldi in quanto fa sudare,  

e di conseguenza rinfresca il corpo: una sorta di aria condizionata dei poveri. La gastronomia è più che mai intesa oggi come la più comprensibile, anti­ca, semplice e diffusa forma di cultura popola­re. E a proposito di cultura diffusa, a ca­rattere più in generale, proprio di recente il Con­siglio d'Europa ha fatto uscire un libro dal titolo: "Identità, diversità e dialo­go attraverso la cultura culinaria europea". Si trat­ta di un'analisi che ha coinvolto quaranta Paesi del nostro Continente, cu­rato per la parte italiana da Viviana Lapertosa, con l'introduzione di Fabio Parasecoli del "Gambero Rosso", 604 pagine, 49 euro, per sottolineare che l'integrazione tra i popoli può essere perseguita an­che attraverso le tradizioni della cucina, con buona pace delle divisioni tra creazionisti e darwiniani.
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